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Bormio, 13/11/2019

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“ Le 32 Torri di Bormio „

Stemma di Bormio Quanti torrioni di preciso fossero ancora in piedi dopo il periodo di dominio spagnolo è difficile da dire. Sappiamo però che nel 1617 se ne contavano ancora una ventina, un numero più che sufficiente perché F. Sprecher potesse definire Bormio ancora come un centro “elegans et turribus vetustis fultum”. Pure Paolo Giovio, nella sua “Descriptio Larii lacus” , descrivendo il borgo, lo chiama “oppidum maximum turritum”. E Urangia Tazzoli, ad inizio Novecento, nel suo “Contea di Bormio” dice di averne visto con i suoi occhi otto tra esistenti e ruderi. Oggi il loro numero si è ridotto a cinque, tra cui le già citate torri Alberti, De Simoni, Pedranzini.

Delle due restanti, una svetta sulla principale piazza di Bormio, quella del Kuerc. Nota un tempo come Torre delle Ore per la presenza della meridiana, oggi porta orgogliosa la bandiera della Communitas Burmii, simbolo dell’autonomia dell’antico contado. Innalzata a partire dal 1498 (è alta quasi trenta metri), la Torre Civica fu costruita accanto a un magazzino del cavaliere Nicola Alberti che risiedeva nel palazzo che chiude a nord la piazza ed era dotata di due campane che suonavano a distesa avvertendo la comunità dagli incombenti pericoli. L'una era la famosa Bajona, rifusa più volte; l'altra invece era detta la campana de consilio e veniva suonata per convocare le riunioni dei magistrati. Anticamente sulla piazza vi era anche un'altra torre, detta del Verona dal nome di un antico proprietario, che collassò a inizio secolo scorso. Stessa fine fece nel 1900, la torre rotonda che – insieme a quella quadrata, in parte conservata ancora oggi – e alla chiesetta intitolata ai SS. Pietro, Paolo ed Andrea faceva parte della fortificazione che, dominando con lo sguardo la Valfurva, la piana dell'Alute verso la Valtellina e l'imbocco della Valdidentro, sovrastava e difendeva il borgo di Bormio. La fortezza, documentata nel trattato di pace tra i consoli di Como e il Comune di Bormio del 1201 ma certamente più antica, fu totalmente distrutta nel 1376 dalle truppe viscontee guidate da Giovanni Cane che, provenienti dalla Val Grosina e dalla Val Viola, entrate in Bormio di sorpresa, depredarono il borgo e le valli circostanti. I milanesi, dopo aver ucciso molti uomini e averne fatti tanti altri prigionieri, ordinarono infatti l'abbattimento, oltre che delle fortificazioni di Serravalle, anche del castello sulle falde della Reit. Furono risparmiate tuttavia le torri e la cappella dedicata a S. Pietro, oggi nota come gesa rota.

Più dubbia la natura della fortezza nei pressi del ponte di Combo, subito a ridosso del torrente Frodolfo: pare che esistesse un tempo in loco un vero e proprio forte difensivo. A proposito di questa zona, il Tazzoli parla di “..una poderosa torre medioevale che doveva sorgere quivi presso l’antichissimo ponte in pietra sulla sinistra del Frodolfo… Questa torre doveva avere notevole importanza dominando l’antichissimo ponte in pietra, l’unico riteniamo allora esistente,e, con esso, il passaggio del fiume Frodolfo e le provenienze dalla Valfurva.…

Resti di fortificazione sono inoltre evidenti in reparto Dosso Rovina, in quello noto come “Quadrilatero degli Alberti”. Il Tazzoli indica nella presenza di barbacani in alcune case la traccia di antiche torri: in particolare segnala la casa Castellazzi in via S. Francesco, un tempo indicata come “Turricula”.

Sempre il Tazzoli, nella sua ricostruzione della Bormio medioevale, sottolinea come l’esigenza del Contado al tempo fosse quella di essere turrito e forte contro eventuali attacchi ed incursioni. Le varie torri erano pertanto collegate fra loro attraverso tunnel sotterranei che attraversavano il borgo e consentivano la fuga in caso di pericolo. Pare che una di queste vie partisse dal cosiddetto quadrilatero degli Alberti e che, dopo aver attraversato tutto il reparto Dossiglio, sboccasse al di fuori del borgo in direzione dell’odierna Santa Lucia. Un altro camminamento sotterraneo sembra che collegasse casa Bruni, passando per la chiesa di S.Ignazio, al reparto Buglio, mentre un ulteriore passaggio esisteva tra l’ex convento di San Francesco e il centro del paese.

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